Vlad Kolesnikov ci ha lasciati a Natale

L’ultimo messaggio di Vlad via chat ad un giornalista occidentale, Claire Bigg di Radio Free Europe, con cui era in contatto è stato il giorno di Natale e riportava “Se non ci sentiamo nei prossimi 2-6 giorni, può scrivere [di me]. Vuol dire che sono morto, Ho preso una dose letale, scusatemi

Il giornalista ricevuto quel messaggio ha provato inutilmente a contattarlo ma pochi giorni dopo ha avuto la conferma da parte delle autorità russe che il suo corpo giaceva su un freddo tavolo di un obitorio, stroncato da una dose letale di farmaci. Il suo nome era Vladislav Pavlovich Kolesnikov. Aveva 18 anni.

Vlad aveva chiesto al giornalista di raccontare la sua storia nel caso gli fosse successo qualcosa. Voleva che il mondo sapesse della persecuzione, della violenza, e dell’isolamento che può capitare a chiunque in Russia considerato diverso. Questo era il suo ultimo desiderio.

Ma cosa può indurre un intelligente, educato, sano ragazzo di 18 anni a togliersi la vita?

Purtroppo, nella Russia di oggi, non ci vuole molto.

Il motivo che ha fatto crollare la sua fiducia nella vita è assurdamente banale. Il 3 giugno, Vlad si presentò alla sua scuola nel sobborgo di Mosca di Podolsk indossando una t-shirt con una bandiera ucraina sulla quale era stampata la frase “Ridate la Crimea” Nell’attuale contesto politico russo, questo può tranquillamente essere definito un atto di coraggio. Vlad non era ucraino. Non era un difensore dei diritti umani o un attivista politico, era semplicemente un giovane russo che fermamente disapprovava delle azioni del suo paese in Ucraina e, a differenza di molti altri, non aveva paura di dirlo ad alta voce. Poche settimane prima aveva suonato l’inno nazionale ucraino sul suo telefono cellulare durante una visita obbligatoria all’ufficio di coscrizione militare.

Alcuni giorni dopo aver indossato la maglietta, è stato aggredito dai suoi compagni di classe.

Solo un labbro spaccato, qualche livido, alcuni bozzi sulla testa, e tre gocce di sangue“, ha scritto su Facebook, cercando di fare buon viso a cattivo gioco.

Ma coloro che lo circondavano non avevano alcuna intenzione di finirla li.

Gli agenti di polizia sono venuti a interrogarlo presso l’ufficio di leva, i funzionari militari lo hanno schiaffeggiato ed hanno emesso una sentenza “Disturbo di personalità”. E ‘stato escluso dalla scuola che frequentava. Suo nonno, nel cui appartamento Vlad viveva a Podolsk, lo ha buttato fuori di casa per la vergogna di avere un nipote che aveva osato contraddire Putin.

E’ stato rimandato in treno alla casa di suo padre nella piccola cittadina di Žigulëvsk, nella regione di Samara, con la minaccia che lo avrebbe ucciso con le sue mani se mai si fosse ripresentato sull’uscio di casa.

Ma non era ancora abbastanza, il nonno ha concesso un’intervista alla Komsomolskaya Pravda asserendo che suo nipote flirtava con l’occidente, esponendo a supporto di quanto asseriva pagine del diario personale di Vlad. 

Scriveva Vlad in chat “Anche nel mio incubo peggiore non avrei potuto immaginare che una tale macchina del fango si sarebbe messa in moto a causa di un pezzo di stoffa e una piccola bandiera”

La vita in Žigulëvsk si è subito dimostrata dura, voci della sua omosessualità in erba non lo hanno aiutato. Scriveva che i suoi compagni di scuola lo picchiavano regolarmente, gli sputavano addosso, e gli gettavano addosso fango e neve quando lo incontravano per strada.

Lo chiamavano “khokhol” e “pidoras,” insulti denigranti nei confronti di ucraini e omosessuali.

Non riesco nemmeno a ricordare quante volte sono stato picchiato, solo cammino lungo il corridoio della scuola e qualcuno mi chiama ‘cagna’ e mi colpisce nell’orecchio.” Diceva anche che la Polizia Locale gli aveva promesso che non avrebbe mai finito la scuola.

Suo padre, non lo aveva mai supportato e lo aveva messo in guardia di non causare problemi a Žigulëvsk.

Vlad era spaventato. Molto spaventato. E lui era completamente solo.

Molti sapevano della sua situazione. Vlad aveva più di 2.000 seguaci su Facebook. Ma per qualche motivo, nessun insegnante compassionevole lo ha aiutato, così come neanche nessun attivista per i diritti umani che nella Russia odierna sono stati emarginati ha mai dimostrato interesse.

L’unico che ha avuto il coraggio di supportarlo era un compagno di scuola di Podolsk di cui Vlad era innamorato. Questo suo amico era stato internato per un mese in un reparto psichiatrico per aver partecipato alla dimostrazione pro Ucraina. Entrambi avevano già preso in considerazione l’opzione del suicidio per porre termine al loro incubo.

Scriveva via chat al giornalista “Dirò questo solo a voi e a nessun altro, abbiamo entrambi una dose letale di farmaci. Vi dico onestamente che li avrei già presi se non fosse per voi. Voi mi date un po’ di speranza. Un frammento, una ancora. ”

Qui non c’è più niente per noi – io non sarò in grado di finire i miei studi, o il lavoro

Il giornalista a quel punto aveva messo Vlad in contatto con un suo amico fidato, un avvocato della società civile. Aveva anche allertato avvocati e ONG straniere che studiavano programmi di evacuazione. Ma era necessario compilare un sacco di moduli, fornire riferimenti, inviare E-mail.

Vlad lentamente perdeva la speranza e sentiva che la sua vita scivolava via. Sentiva che il suo mondo aveva ceduto e non c’era via d’uscita.

Ti credo e mi fido di te“, ha scritto alcuni giorni prima di morire. “Ma io non credo nei miracoli“.

Scrive il giornalista “Ho fatto tutto quello che potevo per salvare Vlad, ma ho fallito. Noi tutti abbiamo fallito”.

Vlad era un ragazzo accattivante. Era intelligente, coraggioso, curioso. Alla vigilia della sua morte, ha voluto inviare gli auguri alla famiglia del giornalista per un meraviglioso Natale.

Buona fortuna con i regali, spero che tutto vada alla perfezione!” ha scritto. Alla fine della frase ha anche aggiunto un sorriso.

Vlad ci ha lasciato perché nel paese che le destre europee stanno prendendo come modello, non c’è spazio per il dissenso o la diversità come ai tempi dell’oscurantismo Staliniano, una sorta di “califfato” ortodosso dove tutto si governa con la violenza ed il sopruso. La storia di Vlad non troverà spazio sui media nazionali in Italia ma sicuramente troverà un posto nei cuori e nelle menti di tutti coloro che si battono per un mondo migliore privo di stupide discriminazioni. Ora Vlad è sereno, in un posto dove non deve aver più paura di esprimere le proprie idee o i suoi orientamenti sessuali, in un posto dove sicuramente non incontrerà mai più i suoi aguzzini perché quando giungerà la loro ora gli verrà negato l’ingresso.