Chornobyl

A Černobyl’, un silenzio assordante

“È andato a Černobyl’ giorno del mio compleanno. Faceva da montatore arrampichino. Viaggiava per tutto il paese ed io lo aspettavo sempre. Facevamo una vita da innamorati. Quel giorno erano preoccupate solo le nostre mamme. Noi invece eravamo tranquilli. La sua squadra, sette persone, sono morti tutti. Quando dopo tre anni è morto il primo pensavamo, che magari fosse un caso. Dopo è morto il secondo, il terzo… Ognuno già aspettava il suo turno. Mio marito è morto per ultimo. Era robusto, alto quasi due metri, pesava 90 chili, come si poteva immaginare? Staccavano la luce nei paesi abbandonati.” (Preghiera per Černobyl’, Svetlana Aleksievič)

I pali della luce spogli. Sono la prima cosa che noto appena dopo il primo posto di blocco. Una delle due guide ci racconta che la dozzina di villaggi ucraini posti entro il raggio di 30km dal reattore numero 4 della centrale nucleare di Černobyl’ vennero evacuati non prima delle 48 ore successive all’incidente. In uno di loro vive ancora oggi un’insegnante di scuola media. Prima di raggiungere il secondo posto di blocco, svoltiamo a sinistra in una strada militare che si inoltra in una fitta foresta di betulle. Sarà lunga poco meno di dieci chilometri, stretta e mal asfaltata. Porta a Černobyl’ 2, là dove si trova un’enorme antenna-radar utilizzata durante gli anni della guerra fredda dall’Unione sovietica per intercettare i lanci di missili balistici. La guida ci racconta che questo mastodontico radar era in grado di intercettare un missile nel giro di sette secondi dal suo lancio. Per tutto il periodo in cui l’Unione sovietica rimase in vita, sulle mappe non appariva alcuna indicazione di Černobyl’ 2.

La città di Černobyl’ (Čornobyl’ in ucraino) conta oggi 600 abitanti. La stragrande maggioranza di loro sono lavoratori della centrale nucleare, oggi parzialmente in funzione. Gli operai lavorano su due turni di 4 e 15 giorni. Una volta finita la propria rotazione, ciascuno di loro ha l’obbligo di lasciare la zona contaminata per un numero di giorni equivalente a quelli lavorati. Pripjat’, la città fantasma, si trova a nord-ovest della centrale nucleare. Arrivando da Černobyl’, seguiamo il perimetro dell’enorme complesso da sud. All’orizzonte appare la sagoma del primo reattore, il numero 5, che non fu mai completato. Seguendo la strada a zigzag, passiamo di fronte ai reattori 3 e 4, quest’ultimo quello esploso. Sceso dal minibus, mi accodo alla guida che stringe in mano un contatore geiger: sono udibili continui bip-bip-bip, lo schermo segna un livello di radioattività pari a 2,1-2,5 millisievert l’ora. Ci troviamo ad appena 10 metri dai cancelli serrati dell’ingresso principale alla centrale. Ci viene spiegato che un’ordinaria radiografia al torace comporta l’assorbimento di una dose di radiazioni pari a circa 0,14 millisievert. A causa della naturale radioattività, infatti, in un anno ogni individuo riceve una quantità di  emissioni pari a circa 2,4 millisievert.

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Ci lasciamo alle spalle la zona della centrale per dirigerci verso Pripjat’. Attraversiamo la Red Forest, ad oggi il luogo a più alta concentrazione di radioattività a seguito dell’esplosione del terzo reattore. La foresta si trova a ovest del complesso e fu per via del vento che soffiava proprio in quella direzione che le particelle radioattive divorarono questo terreno. Ci fermiamo di fronte alla grande indicazione in pietra all’incrocio tra Černobyl’ e la centrale. Si legge ‘Pripjat’, 1970’. Fu proprio nel febbraio di quell’anno che i sovietici cominciarono a costruire la città che avrebbe ospitato i lavoratori della centrale nucleare. Alla fine degli anni settanta, Pripjat’ contava all’incirca 45000 abitanti l’eta media dei quali era di appena 26 anni.

I “fortunati” lavoratori, e le loro famiglie, godevano di molti privilegi: i salari erano quattro volte superiori alla media dell’Unione sovietica, c’era abbondanza di carne e di molti altri prodotti nei supermercati della città, gli appartamenti che venivano offerti loro erano più spaziosi e confortevoli di quelli di qualsiasi altra città.

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C’è un assoluto silenzio. Quello che mi colpisce è la forza della natura, o forse sarebbe più corretto dire l’invasione della vegetazione: come è riuscita a impossessarsi di tutto nonostante l’altissima densità di scorie? La guida ci spiega che le particelle radioattive si infiltrano nel terreno, raggiungono gli strati più profondi, ed è per questo che la natura, di per sé, appare rigogliosa. Attenzione però: il muschio risulta molto radioattivo, basta infatti avvicinare il dosimetro per rendersene conto.

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Visitiamo il parco divertimenti con la ruota panoramica arrugginita e la pista degli autoscontri abbandonati, un supermercato, il ristorante adiacente, lo stadio, un liceo e la piscina comunale. Sono luoghi sono surreali. I detriti dentro alle stanze fanno rumore sotto i nostri piedi, ma fuori, sulle strade e sulle piazze dove piante ed erbacce lottano contro il cemento, il silenzio è assordante. L’evacuazione della città inizia la mattina del giorno seguente all’incidente. In tre ore le autorità cittadine fanno sgomberare tutti gli alloggi e i cittadini di Pripjat’ vengono fatti salire su più di un migliaio di autobus arrivati da Kiev. Nessuno si rende conto della gravità della situazione. La radioattività non si vede, non puzza. Ma tradisce.

“Ero rientrato proprio allora dall’Afghanistan. Avevo voglia di vivere. Di sposarmi. Volevo sposarmi subito. E invece è arrivata una cartolina con una barra rossa che mi precettava per un periodo di ‘esercitazioni speciali’: presentarsi entro un’ora all’indirizzo indicato.

Dove ci stanno portando? A far che? Mistero. A Sluck ci hanno fatto indossare delle uniformi e solo qui siamo riusciti a sapere almeno la destinazione: Chojniki. Là nessuno sapeva niente. Abbiamo proseguito fino a un villaggio dove stavano festeggiando un matrimonio: giovani che si baciavano, musica, vodka fatta in casa. Un matrimonio coi fiocchi. A noi invece hanno comunicato l’ordine: asportare il terreno fino alla profondità di una lama di vanga”. (Preghiera per Černobyl’, Svetlana Aleksievič)

Testo e foto: Paolo De Munari / [email protected]