Il ritratto comune del propagandista

La propaganda non è un attacco, ma la protezione soprattutto di se stessi dal mondo. Questo è il risultato dei problemi etici e filosofici irrisolti della coscienza post-totalitaria. Le sue fobie e le paure del circolo panrusso dei propagandisti ora le condivide con noi tramite gli infiniti programmi e show. In realtà, si tratta di una rivelazione continua, ogni giorno, scrive Andrey Arcangelskiy per la Carnegie Moscow Center.

La propaganda nei media russi, come la conosciamo, si è formata nel marzo-aprile del 2014. Due anni dopo possiamo affermare che non ha cambiato il mondo che ci circonda, cioè quello che inizialmente si era presupposta di fare. Per  “l’Ovest” convezionale, che vive nelle condizioni di una cultura pluralistica, anche la retorica radicale rimane solo “uno dei punti di vista”, niente di più. Nella Russia stessa, in termini della monopolizzazione dei mass media,TV e radio la propaganda ha portato all’effetto collaterale, del nervosismo della popolazione.

C’è una percezione comune che fa pensare che i propagandisti “lo fanno tutti per il denaro”, perché “così gli hanno detto”. Ma non è così. Senza la partecipazione collettiva non ci sarebbe l’effetto propaganda. Loro sono i conduttori di emozioni, aumentando continuamente il livello. La struttura della propaganda assomiglia ad un tronco di cono, in cima del quale si trovano gli adepti, i portatori della verità: in realtà è un piccolo gruppo di emittenti televisive e radiofoniche, nonché esperti fissi (40-50), che migrano da un canale all’altro. Essi trasmettono e formano un certo sistema di valori, o meglio dire di anti-valori (perché la propaganda non tanto afferma i propri valori, quanto respinge i valori degli altri). Sono i rappresentanti del settore umanitario (gli storici, filosofi, artisti), e inoltre gli scienziati politici, gli istituti, i centri e le fondazioni, il cui titolo contiene la parola “geopolitica”, “studio” e “analisi”.

Tutte queste persone hanno in comune un risentimento generale contro l’ordine mondiale esistente. In alcuni casi si può anche parlare di odio del mondo. “Ci troviamo da così tanti anni in uno stato di confronto nucleare … Ditemi, queste armi saranno mai utilizzate?” – domanda ad un esperto il conduttore di radio RSN. Nella stessa costruzione della domanda si legge un desiderio nascosto; gli psicologi lo chiamerebbero il desiderio di auto-distruzione, che vince anche il senso di auto-conservazione.

Il linguaggio con le evidenti zone gergali, la visione arcaica del mondo, il rifiuto della modernità, c’è la sensazione che gli ultimi 20 anni queste persone hanno vissuto in un sonno letargico, che  i cambiamenti globali in tutto il mondo non li hanno toccati. Il loro comportamento e il linguaggio è il risultato di una lunga esistenza vissuta in un ambiente chiuso, omogeneo. Fino al 2014 vivevano in un vuoto intellettuale. L’ambiente chiuso crea un consenso utopico, incoraggia e mantiene la più folle visione del mondo. La democrazia degli anni ‘90 non gli ha fornito i canali di comunicazione e le possibilità di adattamento. Aggiungiamo l’impoverimento totale degli strati intellettuali sovietici negli stessi anni ‘90; la perdita dei salari, del pacchetto sociale molto rapida ha fatto della democrazia la colpevole di tutti i mali (anche se negli anni ‘80 molti la supportavano). Anche vedendo il mondo, tra cui il mondo occidentale (e quasi tutti facevano pratica, andavano in vacanza o perfino vivevano a lungo nell’Occidente), non hanno riconosciuto i loro valori, li rifiutano. È indicativo l’odio particolare di questo gruppo per il concetto di “tolleranza”: forse proprio quella, o meglio la sua assenza, al suo tempo è diventata l’ostacolo per la piena integrazione nel “mondo”.

L’ideologia sovietica, che ha formato la loro coscienza (la maggior parte degli esperti di questo gruppo televisivo ha più di 45 anni), si basava sulla filosofia marxista-leninista. Nel 1980 era una cosmogonia, col paradiso e l’inferno, con i lati chiari e scuri, rilevanti al concetto del bene e del male, la verità e la menzogna. Ma la cosa più importante era la visione del mondo coerente, ben pensata, ed ermetica: non aveva vizi. Ogni fatto o evento nel mondo occupava il posto dedicato, corrispondeva ad un unico concetto. Ricordiamo che anche la storia dell’antica Grecia e Roma nei libri scolastici sovietici  era interpretata dal punto di vista della lotta di classe. L’ideologia si basava sull’internazionalismo (che, come idea, è molto più grande del nazionalismo). Un altro vantaggio dell’ideologia sovietica era presente nella visione del futuro: qualsiasi “oggi” di quei tempi si proiettava su un domani comunista. Il sistema era progettato anche linguisticamente. Per indicare i nemici esistevano le costanti frasi fraseologici, oltre le quali nessun commentatore politico poteva andare. Le parole “fascisti” o “giunta” si usavano anche, ma solo nei casi severamente definiti, per esempio, in relazione al colpo di stato di Pinochet o la rivoluzione ungherese del 1956, e non così diffusamente come adesso.

L’ideologia attuale, non importa come è chiamata e formulata, non ha nemmeno una centesima parte della stessa accortezza per non parlare della base filosofica e l’immagine del futuro. Le impostazioni generali sono fatte solo a grandi linee, e in generale si riferiscono a problemi a breve termine. I vuoti del senso comporta che i propagandisti devono riempirli da soli – questa è la principale differenza tra la propaganda attuale e quella sovietca (l’idea espressa una volta da Maria Lipman). Ogni propagandista oggi cerca di ricreare la cosmogonia manualmente, raccogliendo diversi miti e contrastanti in una struttura propria.

La natura contraddittoria delle proprie strutture viene rimossa tramite il linguaggio, ecco un altro motivo perché questa lingua è così aggressiva. La mancanza di un quadro completo del mondo costringe a porre l’accento sulle parole, emozioni, ma non sul significato. Perciò la propaganda di oggi, in contrasto a quella sovietica, prima di tutto è un fenomeno linguistico. Questo è per primo un carnevale linguistico e gradassata. Hate speech è l’unico modo per riempire il vuoto ideologico. Per i giornalisti dei media pro statali l’aggressione linguistica è una compensazione della limitazione data dalla censura.

Punire l’Occidente, salvare l’Occidente

Gli adepti della propaganda sono dello stesso tipo psicologico – autorevole, “basato sull’uso della forza”. Tuttavia, il loro attuale militarismo è più “emozionale”, in cui non vede la causa prima, ma la conseguenza. È anche una reazione alla perdita della semplice visione ermetica del mondo. Avendo perso l’assoluto (l’ideologia sovietica), si sono istintivamente aggrappati al passato  e hanno trovato come valore, assoluto – la guerra. “Di buono solo la guerra“, scriveva il poeta Lev Losev. Il loro militarismo  è una gradassata nuda, l’ostentazione del proprio “peso“: “siamo in grado di schiacciarvi“, “possiamo ripetere“. Ma per cosa, in nome di quale idea? .. Non c’è una risposta. Questa è propaganda: i loro adepti non hanno nessuna ideologia, tranne il desiderio di “semplificare il mondo”, tornare “come era prima“, e allo stesso tempo “farlo vedere a tutti

Nel caso degli adepti della propaganda 20-30enni, la cui maturazione è avvenuta negli anni ‘90, funziona, per quanto possa sembrare strano, lo stesso meccanismo di compensazione: una mancanza di fiducia al giorno d’oggi ci fa cercare il sostegno in passato. L’ignoranza della realtà sovietica la rende ai loro occhi ancora più attraente: vivono nello spazio della “celeste USSR”, che hanno visto solo in una bella cornice dei film.

Tutto questo insieme è una reazione traumatica per la superiorità del “Ovest“, dopo il crollo del blocco orientale e la nascita dell’Unione europea. Così come l’incapacità di trovare un significato in una “vita tranquilla” e nel capitalismo. La riluttanza a riconoscere questo fatto crea un complesso sistema di auto-giustificazione. Cerchiamo di ricostruirla. [Il propagandista collettivo, riferendosi alla società “Occidente”]: “Avete raggiunto qualcosa, tecnicamente, lo ammettiamo. Ma tutto questo vostro mondo è sostenibile solo fino al primo incontro con un vero e proprio pericolo (Tipicamente il “pericolo” per loro è la “norma di vita”). E poi vedrete che noi siamo maggiormente in grado di sopravvivere in un mondo crudele. E voi stessi chiederete aiuto a noi, naturalmente, salveremo il mondo ancora una volta “.

La base di tale struttura, come si vede, non è il desiderio di “punire l’Occidente“, ma piuttosto il suo desiderio di “salvarlo“, dimostrando anche la loro necessità al mondo, e allo stesso tempo “il fallimento dell’Ovest.” Qui c’è una sorta di idealismo, il desiderio di mostrare il proprio lato migliore, e non il peggiore. Ma, come accade con le strutture ideali, non corrispondono alla realtà. “L’Ovest” e “il mondo” non vogliono affatto vivere in una situazione di pericolo (anche tenendo conto delle reali minacce), non vogliono “sopravvivere“, “focalizzarsi“, “mobilizzarsi” ed essere “salvati“. Questo provoca irritazione: quindi non danno a “noi” la possibilità di dimostrare le nostre migliori qualità. Da qui l’iniezione artificiale di questo pericolo, da qui il costante parlare della guerra: per materializzare quella situazione allarmante per poi “salvare” da questa stessa situazione.

Così la propaganda è caduta in una trappola intellettuale: l’idea della grandezza della Russia era direttamente dipendente dal “crollo dell’Ovest.” A conferma di questo crollo e del crollo della democrazia devono cercare costantemente le prove. Gli attacchi, i rifugiati o semplicemente la neve in Virginia vengono dichiarati come “l’inizio del crollo della civiltà occidentale“. La democrazia viene definita una illusione infantile, la pazzia temporanea dell’umanità, perché, anche quella “impedisce” con la sua “debolezza” di mostrare al mondo la nostra maturità, il nostro coraggio e la nostra perseveranza.

Questo è il risultato della frustrazione, soprattutto in se stessi e nella società, di non aver potuto approfittare della libertà negli anni ‘90. Come risultato è stata la negazione della soggettività, la volontà politica individuale, la mancanza di fiducia nell’indipendenza del comportamento umano in generale. Il fallimento proprio ha generato l’incredulità in qualsiasi altra soggettività.

Il culto della storia e il nuovo culto di Stalin

Non avendo alcun motivo valido nel presente, lo cercano nel passato. Insieme alla guerra dello stesso valore è diventata la “storia”. La durata e la permanenza della storia si è trasformata in un argomento autosufficiente: “siamo più adulti, più grandi, quindi abbiamo sempre ragione”. L’inerzia, l’immobilismo, la lentezza della società vengono dichiarati un vantaggio piuttosto che uno svantaggio.

Negli anni ‘90, i miti sovietici ed imperiali esistevano in opposizione. Il mito della Russia pre-rivoluzionaria si opponeva alla Russia sovietica (come nel film di GovorukhinLa Russia che abbiamo perso“). Poi ci fu la loro simbiosi. In generale collegare il “rosso” e “bianco” è estremamente difficile. Tuttavia, la soluzione dialettica è stata trovata – eliminando l’etica come un criterio di valutazione del regime politico. Quando il valore più alto non è la persona ma lo Stato, tutte le vittime alla fine sono giustificate.

Il nuovo culto di Stalin non è nato casualmente (la menzione del suo nome e patronimico nei discorsi di propagandisti oggi è una specie di codice per l’identificazione del proprio/ estraneo), non per il capriccio dei suoi adepti come Prokhanov, ma per ragioni molto razionali. Proprio lui è la figura più adatta per il collegamento dialettico delle idee rosse e bianche. In base a questa nuova struttura, “Lenin ha distrutto l’impero“, e Stalin l’ha restaurato sotto forma dell’impero rosso. Stalin è oggi il punto di connessione del progetto zarista e sovietico. “Il servizio allo Stato” è riconosciuto solo da un’etica, tutte le altre cose sono secondarie. Ecco le parole del Patriarca (6 novembre 2015, discorso all’apertura della mostra-forum “Russia ortodossa”): “Il successo di un leader pubblico che stava dietro al rilancio e alla modernizzazione del paese, è impossibile da dubitare, anche se questo leader ha fatto delle cattive azioni“. La scelleratezza e il successo economico quindi si mettono su una bilancia. “Altrimenti non avremmo vinto, altrimenti sarebbe stato impossibile l’industrializzazione, senza le vittime sarebbe stato impossibile, la politica non ha la morale, in quei tempi uccidevano dappertutto” – così oggi nella presentazione semplice giustificano le repressioni.

Il monologo del marito abbandonato

La tesi principale della propaganda sul “opposizione eterna” dell’Occidente con la Russia si basa sul conservatorismo del XIX secolo nello spirito dello storico Danilevsky e il modello sovietico di “confronto di due sistemi”: da qui nasce la tesi sintetizzata “l’Occidente ha sempre voluto distruggerci, siamo stati sempre in guerra con l’Occidente“. Ora è difficile da credere, ma nella posizione anti-occidentale parla più la gelosia che l’odio. Ricostruiamo di nuovo questo monologo propagandistico interiore. [Riferendosi all’Europa condizionale]: “Pensavamo che ci amassi, acquistavamo le tue macchine e case, spendevamo i soldi; e tu non lo hai neanche apprezzato, hai abbandonato, hai tradito“. Il risentimento e desiderio di umiliare, il sarcasmo e la malignità, tutto questo assomiglia al coniuge abbandonato, lo stile dei nuovi divorzi russi degli anni 1990-2000, che cerca di vendicare la moglie con l’aiuto di leve amministrative. Ora nel ruolo della “moglie” è l’intero Occidente.

Durante questi 20 anni di “sonno letargico” queste persone hanno perso una parte importante del nuovo mondo: una cultura del dialogo, la cooperazione e la comunicazione come un importante fattore di modernità. Comunicazione non vuol dire parlare, come scrive  Habermas, ma “aspettare l’altro”. I dialoghi dei propagandisti nei talk show sono dialoghi finti: questi discorsi sembrano arcaici prima di tutto perché i suoi autori non hanno intenzione di “parlare”, anche uno con l’altro: vogliono punire con l’uso delle parole. Pensano che il dialogo sia una cosa vergognosa, una debolezza, e disprezzano persino il tentativo di trovare un linguaggio comune. La coscienza arcaica non ammette l’idea di accettare l’altro. La malignità e il sarcasmo nei confronti di un’altro è il risultato di un tentativo fallito di avviare un dialogo con un l’altro.

La propaganda sembra così spaventosamente arcaica, negando i valori non solo del mondo post-guerra, ma dell’intero Rinascimento a causa del fatto che ogni suo partecipante la riempie con le proprie visioni del mondo, ancora più arcaiche. In realtà non è un attacco, ma la protezione soprattutto di se stessi dal mondo. Questo è il risultato dei problemi etici e filosofici irrisolti della coscienza post-totalitaria. Le sue fobie e le paure il circolo panrusso dei propagandisti ora le condivide con noi tramite gli infiniti programmi e show. In realtà, si tratta di una rivelazione continua, ogni giorno, 24 ore su 24. I propagandisti ci parlano non degli altri – l’America e l’Occidente – ma di se stessi, presentandoci le proprie fobie.

I loro discorsi  sono un tentativo inconscio di cacciare i propri demoni. La nostra nevrosi è prima di tutto una conseguenza della loro nevrosi. E da questo punto di vista, non siamo noi, ma sono loro soprattutto le vittime della loro propaganda.

Fonte: Andrey Arcangelskiy, Carnegie Moscow Center.