In Ucraina non è vietato leggere, conservare o studiare le opere di Aleksandr Puškin. Alcune fonti russe stanno strumentalizzando la sentenza del Tribunale amministrativo distrettuale di Odessa relativa al divieto di una specifica organizzazione sociale, la «Società Puškin di Izmail». Il tribunale non ha esaminato la questione della lettura di Pushkin o dello studio letterario della sua opera, bensì l’attività di una specifica associazione civile, che nei documenti del caso è stata descritta come anti-ucraina e collegata a strutture filo-russe.
I media russi e i rappresentanti ufficiali della Federazione Russa diffondono l’affermazione secondo cui in Ucraina «venga vietato Pushkin», ovvero venga vietato leggere e studiare le opere di questo autore. Come prova citano la sentenza del tribunale che ha vietato l’attività dell’organizzazione sociale «Società Pushkin di Izmail», che presumibilmente si occupava dello studio dell’opera di Pushkin, della letteratura russa e della cultura slava, e nell’ambito della quale operava il «Club dei giovani puskinisti» rivolto agli studenti delle scuole.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che «sotto il segno della “depushkinizzazione” si sta conducendo una lotta contro la cultura, la lingua e la letteratura russe, la memoria storica e il patrimonio culturale». Secondo la sua versione, l’SBU avrebbe individuato una «minaccia alla sicurezza nazionale» proprio nello studio dell’eredità di Pushkin.
Tuttavia, si tratta di una manipolazione. Nella sentenza sono effettivamente riportate le disposizioni dello statuto della «Società Pushkin di Izmail», in base alle quali l’organizzazione dichiarava di voler promuovere l’eredità di Alexander Pushkin e la letteratura classica russa, nonché di voler creare il «Club dei giovani pushkinisti». Ma le pubblicazioni russe presentano questo obiettivo formale dello statuto come una spiegazione esaustiva dell’attività dell’associazione e come motivo del suo divieto. Nei documenti del caso non si parla del divieto di un circolo letterario in quanto tale, ma del fatto che, secondo i dati del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU), dietro la dichiarata attività culturale dell’organizzazione si celasse la promozione di narrazioni filorussie e ucraino-fobiche, la propaganda a favore della cooperazione con strutture della Federazione Russa e legami con l’infrastruttura filorussa.
La sentenza del tribunale non fa riferimento all’illegalità della lettura, della conservazione o dello studio delle opere di Pushkin. In essa si precisa che l’Ufficio dell’SBU nella regione di Odessa ha segnalato la presenza, nell’attività dell’organizzazione, di indizi di azioni volte a creare una minaccia alla sovranità nazionale, all’integrità territoriale e alla sicurezza nazionale dell’Ucraina. Nella sentenza del tribunale è riportata anche la posizione dell’SBU secondo cui le disposizioni dello statuto dell’organizzazione, secondo la valutazione dei servizi segreti, «idealizzano la cultura russa», favoriscono lo sviluppo di opinioni filorussie e ucraino-fobiche, diffondono la narrativa secondo cui il popolo ucraino sarebbe parte integrante del popolo russo e promuovono la collaborazione con strutture statali e non governative della Federazione Russa.
Inoltre, dagli atti del procedimento emergono i legami del responsabile dell’organizzazione con una serie di strutture filorusse. Il tribunale riporta i dati forniti dal Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) secondo cui il dirigente della «Società Pushkin di Izmail» era un attivista e cofondatore di organizzazioni e associazioni di orientamento filorusso, tra cui l’«Unione Russa del Litorale del Mar Nero», l’organizzazione di massa «Movimento Russo dell’Ucraina», il partito «Blocco Russo», la sezione di Izmail del «Movimento Russo dell’Ucraina», l’associazione informale «Difesa della regione meridionale», attiva nella regione come controparte dell’«Antimaidan», nonché il quotidiano filorusso «Unione slava». La testata locale di Odessa «Dumskaya» precisa che si tratta di Igor Andrianov, presidente dell’organizzazione.
Nella sentenza del tribunale si precisa inoltre che, secondo gli atti del procedimento, la «Società Pushkin di Izmail» era coordinata dal centro informale anti-ucraino «VKORRS» – il Consiglio di coordinamento panucraino delle organizzazioni dei connazionali russi, che, come si legge nella sentenza, era finanziato dal Consolato Generale della Federazione Russa a Odessa. Il tribunale ha osservato che l’attività di tale rete era finalizzata alla creazione di associazioni socio-politiche filorussie, alla promozione di programmi vantaggiosi per la Russia, di iniziative volte a conferire alla lingua russa lo status di seconda lingua ufficiale, al rafforzamento del ruolo della Chiesa ortodossa ucraina (UOC) come associazione religiosa subordinata alla Chiesa ortodossa russa (RPC), nonché alla propaganda di idee volte a violare l’integrità territoriale dell’Ucraina attraverso il rafforzamento dei legami di integrazione tra l’Ucraina e la Federazione Russa.
In altre parole, non si trattava di un «divieto su Pushkin», bensì del divieto di una specifica associazione pubblica, la cui attività il tribunale ha collegato ad attività anti-ucraine e a strutture filo-russe. Nella sentenza stessa, il tribunale formula esplicitamente la seguente conclusione: l’attività dell’organizzazione sociale costituisce una violazione dei limiti previsti dalla legge per le associazioni civiche ed è collegata allo svolgimento di un’attiva attività anti-ucraina.
La legislazione ucraina non contiene norme che vietino di leggere, conservare o studiare le opere di Pushkin. La legge ucraina «Sulla condanna e il divieto della propaganda della politica imperiale russa in Ucraina e sulla decolonizzazione della toponomastica» non mira a vietare la letteratura, bensì a vietare la propaganda della politica imperiale russa e dei suoi simboli. Esso disciplina, in particolare, le questioni relative all’uso pubblico di tale simbologia, alla ridenominazione di entità toponomastiche, nonché allo smantellamento o al trasferimento dallo spazio pubblico di monumenti e targhe commemorative.
Inoltre, la legge stessa prevede delle eccezioni per i settori scientifico, educativo, museale, archivistico e bibliotecario. Il divieto di utilizzo pubblico dei simboli della politica imperiale russa non si applica alle esposizioni museali, alle mostre tematiche, alle ricerche scientifiche, alle opere d’arte, ai libri di testo, manuali e altri materiali di carattere scientifico, educativo e didattico – a condizione che tale utilizzo non comporti la giustificazione o la glorificazione della politica imperiale russa. La legge menziona inoltre espressamente i fondi bibliotecari, le collezioni private e i fondi archivistici privati.
Tuttavia, è opportuno distinguere tra la lettura di Pushkin e la politica di decolonizzazione dello spazio pubblico. Alexander Pushkin rientra effettivamente nella politica ucraina di derussificazione e decolonizzazione, ma non in quanto «autore vietato», bensì come elemento dello spazio simbolico pubblico della politica imperiale russa. L’Istituto ucraino della memoria nazionale ha inserito Pushkin nell’elenco delle personalità a cui sono dedicati luoghi che recano simboli della politica imperiale russa. In tale elenco è indicato come poeta, drammaturgo e prosatore russo, «figura che ha glorificato la politica imperiale russa».
Proprio per questo motivo, in Ucraina si possono smantellare i monumenti dedicati a Pushkin e rinominare strade, piazze, istituzioni o organizzazioni intitolate a lui, qualora siano considerate simboli della politica imperiale russa. Ciò non significa però che sia vietato leggere le sue opere, conservarle nelle biblioteche, condurne studi scientifici o utilizzarle in ambito educativo.
La propaganda del Cremlino sta costruendo una narrativa sulla «mancanza di civiltà dell’Ucraina»: qualsiasi azione intrapresa dall’Ucraina per decolonizzare lo spazio pubblico o contrastare le strutture filo-russe viene presentata dal Cremlino come «distruzione della cultura», «lotta contro la memoria storica» o «rusofobia». In precedenza, StopFake aveva già smentito la menzogna secondo cui i militari ucraini avrebbero «distrutto le statue dei Polovtsi con il pretesto della derussificazione».



