«Vattene» («Wypierdalaj») — è proprio questo l’adesivo che una mia conoscente ha visto su un’auto, in cui un’aquila bianca e rossa scaccia un maiale blu e giallo, quando è arrivata a Danzica per partecipare alla Ukraine Recovery Conference. E sebbene alla conferenza stessa numerosi funzionari e imprenditori polacchi abbiano espresso la volontà di sostenere l’Ucraina e di collaborare con essa, tutto ciò è avvenuto sullo sfondo dell’inasprimento delle relazioni tra Kiev e Varsavia e della decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy di annullare la propria partecipazione all’evento.

Il motivo del deterioramento delle relazioni tra i due paesi confinanti è stata la decisione di Zelensky di attribuire a una delle unità delle Forze speciali dell’Esercito ucraino il nome di «Eroi dell’UPA», nonché la riesumazione, alla fine di maggio, di uno dei leader dell’OUN-UPA, Andriy Melnyk. In risposta, il presidente polacco Karol Nawrocki ha privato il leader ucraino della più alta onorificenza polacca: l’Ordine dell’Aquila Bianca. Successivamente, i funzionari ucraini hanno restituito uno dopo l’altro le proprie onorificenze; a questa «sfida» hanno cominciato ad aderire anche i funzionari polacchi. A seguire, una serie di dichiarazioni taglienti da parte dei rappresentanti della «Confederazione», minacce di bloccare l’adesione dell’Ucraina all’UE e un dibattito sull’opportunità della partecipazione di Kiev alla conferenza sulla ricostruzione a Danzica.
E sebbene quest’ultimo evento abbia comunque avuto luogo, l’intero conflitto non poteva essere ignorato a Mosca. Naturalmente, è stata lanciata una campagna informativa coordinata che riprendeva, esagerava e diffondeva, in particolare, palese disinformazione, al fine di inasprire ulteriormente i rapporti tra i due paesi europei, minare il sostegno all’Ucraina nell’opinione pubblica polacca e frenarne l’integrazione europea. StopFake sottolinea: questa campagna non è nata dal nulla, ma è stata preparata nel corso di tutti questi anni di guerra russo-ucraina.
La Polonia come obiettivo sistemico
Tra i vicini e i partner europei dell’Ucraina, contro i quali sono diretti gli attacchi del Cremlino, la Polonia occupa il primo posto. L’analisi condotta da StopFake sulle narrazioni informative contro i paesi dell’UE legati all’Ucraina mostra che, dal 2014, la maggior parte degli attacchi russi ha preso di mira proprio la Polonia.
In particolare, circolavano periodicamente notizie false secondo cui la Polonia avrebbe presumibilmente pianificato di occupare le regioni occidentali dell’Ucraina; che i polacchi chiedessero la restituzione dei beni a Leopoli e che mercenari polacchi stessero combattendo nell’Ucraina orientale e si preparassero ad attaccare la Bielorussia. Inoltre, circolavano anche notizie false sui rifugiati ucraini, nonostante prima dell’invasione su larga scala da parte della Russia ce ne fossero pochi nel Paese. D’altronde, già allora venivano diffuse dichiarazioni false da parte di funzionari polacchi sulla «manodopera a basso costo» proveniente dall’Ucraina.
Dopo lo scoppio della guerra su vasta scala, gli attacchi informativi contro la Polonia si sono solo intensificati, mentre le narrazioni lanciate negli anni precedenti hanno iniziato a essere utilizzate in modo più attivo. Il picco assoluto è stato raggiunto nel 2022: quando la Polonia è diventata il principale hub logistico, militare e umanitario per l’Ucraina, le notizie false sui rifugiati, sugli «ucraini ingrati» e sul «mercato nero delle armi» hanno raggiunto il loro picco massimo. Si è intensificata anche la narrativa sulle «pretese territoriali» della Polonia nei confronti dell’Ucraina – soprattutto quando la Russia ha annesso nuovi territori ucraini, ma allo stesso tempo ha accusato proprio la Polonia, che è stata tra le prime a tendere una mano agli ucraini, di avere intenzioni espansionistiche.
Il «Volyn» come una bomba storica a effetto ritardato
Parallelamente alle tipiche narrazioni che minano i rapporti tra paesi confinanti, la Russia ha fatto ricorso anche alla storia. Per la Polonia e l’Ucraina si tratta, senza dubbio, del tema della tragedia di Volyn, che entrambi i popoli continuano a percepire in modo diverso; di conseguenza, si tratta di un terreno fertile per la disinformazione. È significativo che, analizzando i dati di Google Trends degli ultimi 20 anni, il tema più discusso relativo alla Volinia, alla tragedia della Volinia e all’UPA sia emerso per la prima volta nel 2013 – in occasione del 70° anniversario dell’inizio dei tragici eventi del 1943 – poi nel 2016, molto probabilmente in seguito all’uscita nelle sale del film «Volyn» di Wojciech Smarzowski. Allo stesso tempo, è evidente che prima della guerra in Ucraina le ricerche relative a «Wołyń», «rzeź wołyńska» o «UPA» si sono mantenute per anni a livelli minimi, mentre dopo l’inizio del conflitto l’argomento ha cominciato a riemergere regolarmente senza più scomparire.
Condizioni ideali per le operazioni di disinformazione
Pertanto, la tensione sortasi tra Kiev e Varsavia è diventata per la propaganda russa una base ideale per operazioni di informazione volte ad amplificare l’effetto. È proprio questo che ha rilevato StopFake grazie al monitoraggio delle narrazioni sulla piattaforma Osavul e a un campione di notizie relative alla Polonia, all’Ucraina e al conflitto sull’onorificenza. In particolare, nei mesi di maggio e giugno 2026, sulla piattaforma sono stati registrati 2.252 post con una copertura complessiva di circa 34,9 milioni di visualizzazioni e oltre 544.000 reazioni, commenti e condivisioni.
La geografia e i canali di diffusione indicano chiaramente la fonte di questa operazione di disinformazione. La maggior parte dei messaggi proveniva dalla Russia (1371 fonti); altri 429 provenivano formalmente dall’Ucraina e 190 dai territori temporaneamente occupati, ma si tratta della nota rete di canali Telegram filorussi (ad esempio, «Odessa Za Pobedu»), documentati come legati al Cremlino. Oltre il 70% dei messaggi è stato diffuso tramite Telegram (1.605), il resto tramite siti web (518) e il social network russo VK (106).
Le fonti primarie di notizie palesemente disinformative erano gli elementi standard dell’ecosistema propagandistico russo: rt.com, iz.ru, il canale televisivo «Zvezda», «Soloviev», la rete di siti news-pravda.com, «Ukraina.ru» e «PolitNavigator».
È significativa anche la tattica di camuffamento: 429 fonti «ucraine» e 190 provenienti dai territori temporaneamente occupati sono per lo più canali camuffati da «locali», al fine di conferire ai messaggi del Cremlino l’apparenza di una voce interna all’Ucraina o polacca. Per quanto riguarda il tono, la maggior parte dei messaggi è formalmente neutra (1719): anche questa è una delle strategie: il tono «giornalistico» legittima meglio la diffusione di notizie false rispetto a uno apertamente aggressivo, mentre i 495 messaggi negativi fungono da «carburante» emotivo. Tale tattica permette di raggiungere un pubblico al di fuori delle bolle di coloro che già credono alla propaganda russa.
Allora, su cosa hanno mentito?
Abbiamo inoltre analizzato il contenuto dei messaggi più diffusi e, cosa interessante, esso coincide con le stesse tesi che il Cremlino aveva promosso nel decennio precedente.
Tra le narrazioni più diffuse figurano:
- «La Polonia si sta preparando alla guerra con l’Ucraina». Basandosi su un articolo pubblicato dalla testata marginale filorussa Myśl Polska, i media russi hanno diffuso la tesi secondo cui Kiev sarebbe, per Varsavia, «più pericolosa della Russia». Si tratta di una diretta continuazione della narrativa che dipinge «l’UE e la Polonia come aggressori».
- «La Volinia è territorio polacco», «Leopoli è una città polacca». Striscioni durante una partita di calcio, «petizioni», dichiarazioni sul «ripristino dei confini del 1939»: anche questi sono una reincarnazione della narrativa sulle rivendicazioni territoriali.
- Diffamazione dei rifugiati ucraini. Rifiuto di concedere lo status PESEL UKR, richieste di rimuovere le bandiere ucraine dagli edifici di Danzica e Lublino, di espellere tutti gli ucraini dalla Polonia e di revocare ogni forma di assistenza sociale.
- La ripetizione della narrativa russa sulla «denazificazione» – presunta condizione necessaria «per entrare nell’UE» o «ristabilire relazioni di buon vicinato», – nonché i testi disumanizzanti sul «codice genetico fascista» degli ucraini.
- Un colpo contro l’Europa: il Polexit e il veto. La tesi secondo cui l’adesione dell’Ucraina «distruggerebbe» l’agricoltura polacca e spingerebbe la Polonia a uscire dall’UE, oppure che la Polonia farebbe di tutto per impedire all’Ucraina di entrare nell’UE.
- «La Russia non c’entra nulla». Una categoria a sé stante di contenuti: i post negavano con tono beffardo l’esistenza stessa del «coinvolgimento del Cremlino», ridicolizzando le dichiarazioni polacche e ucraine relative alla campagna di disinformazione.
Merita particolare attenzione il tono di questi messaggi. Oltre alle citazioni false, alle generalizzazioni, ai contenuti falsi e alle dichiarazioni dei politici del partito «Confederazione» (già noti per diffondere disinformazione russa sugli ucraini), i russi hanno fatto ampio ricorso a un linguaggio apertamente disumanizzante: descrivevano gli ucraini come un popolo in cui «le torture e gli omicidi sono inscritti nel codice genetico», hanno pubblicato «onorificenze» offensive come il fittizio «Ordine del Gallo Abbassato», e hanno rappresentato gli stessi rifugiati come «materiale di consumo nelle trincee» e «parassiti sui divani polacchi».
Oltre alla questione della Volinia e al «conflitto sulle onorificenze», la scorsa settimana sono state diffuse anche notizie sul «conflitto sul grano», sul presunto «rifiuto di massa» di concedere lo status di protezione temporanea, della «fuga» dei lavoratori ucraini e della loro sostituzione con migranti provenienti dall’Asia e persino la storia secondo cui sarebbero gli stessi ucraini a far entrare in massa in Polonia migranti provenienti dall’Africa.
Tra i casi “creativi” figura una rete di account basati sull’intelligenza artificiale su TikTok, individuata dal Centro per la lotta alla disinformazione, che, a nome di una fittizia “ucraina a Varsavia”, diffondeva video caricaturali e xenofobi (alcuni dei quali hanno totalizzato oltre un milione di visualizzazioni).
Come funziona il «manuale»?
Se mettiamo insieme tutti questi elementi, vedremo ancora una volta l’algoritmo standard che Mosca segue non solo nei confronti della Polonia, ma praticamente in ogni sua operazione di disinformazione all’estero.
Primo passo: non inventare un conflitto, ma individuare una linea di frattura già esistente: un vero e proprio trauma storico, una decisione politica delicata, un attrito economico.
Secondo passo: preparare il terreno in anticipo, seminando per anni le stesse narrazioni (pretese territoriali, aggressore, rifugiati ingrati), in modo che, al momento opportuno, il pubblico sia già abituato a esse.
Terzo passo: attendere il trigger (in questo caso, l’ordine e il nome dell’unità intitolata agli eroi dell’UPA) e diffondere il maggior numero possibile di contenuti utilizzando un ecosistema a più livelli: innanzitutto i portavoce governativi (RT, «Zvezda», iz.ru), poi gli «esperti» e le pseudo-analisi, quindi i canali filorussi camuffati da «locali» e, infine, i social network, i bot e i contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Fase quarta – il ribaltamento: accusare la vittima del proprio crimine (la Polonia di «aggressione», l’Ucraina di «nazismo»).
Quinto passo: negare il proprio coinvolgimento, ridicolizzando qualsiasi accenno alla «mano del Cremlino».
Come sempre, l’operazione russa ha successo laddove non inventa gli eventi, ma si approfitta di quelli reali: traumi reali, decisioni politiche reali e dibattiti pubblici reali. Pertanto, la migliore difesa non è tacere su temi complessi, ma affrontarli in modo onesto e aperto, prima che il Cremlino intervenga in questo dialogo. L’importante è essere noi stessi pronti al dialogo. Poiché il nemico è sempre pronto a questo tipo di operazioni.
Autrice: Elena Churanova



